giovedì 20 dicembre 2012

L'armadio dei vestiti dimenticati di Riikka Pulkkinen

Recensione di Carla

" Le relazioni umane sono come boschi fitti. O forse le persone stesse sono boschi, nei quali si aprono nuovi sentieri, a ritmo serrato; sentieri destinati a restare ignoti a molti, che si manifestano per caso a coloro che si trovano a passare in quel momento."

Come spesso accade il titolo italiano di questo romanzo nulla ha a che fare con quello originale che è "Totta" cioè "verità". E nemmeno la quarta di copertina da un'idea sincera di ciò che si leggerà: ci si immagina una sorta di giallo familiare e invece si scopre una storia introspettiva e intessuta di spunti di riflessione sulla malattia, la vecchiaia, la morte, il tradimento, gli affetti familiari e le dinamiche a volte contorte con cui affrontiamo il dolore e la perdita.
Confesso che credevo di intraprendere la classica lettura poco impegnativa da fine settimana durante la quale rilassarmi e spegnere la mente, mentre ho avuto la sorpresa di trovarmi davanti un libro lieve e denso allo stesso tempo, pervaso dalle atmosfere nordiche e dalla poesia malinconica dei finlandesi. Ma anche di una saggezza semplice che sorprende quando si scopre che Riikka Pulkkinen, autrice de L'armadio dei vestiti dimenticati, non ha nemmeno 30 anni.
Sono uno di quei lettori che amano la storia in sè per sè, se coinvolge e suscita emozioni, ma mi faccio anche intrappolare dalle parole, e trascrivo le frasi in cui i miei occhi restano impigliati durante la lettura. Frasi che mi smuovono qualcosa dentro o che esprimono pensieri latenti ancora in cerca di parole, oppure ancora che fanno vibrare qualche corda nascosta. Ecco, di questo libro sono diverse le frasi che ho trascritto. Come quella che apre la recensione, oppure il periodo seguente:
"Avevo già dimenticato la fiducia che accomuna tutti i bambini, perchè è l'unica cosa che conoscono: la certezza acquisita dalla nascita che tutto andrà bene. A un certo punto della vita la perderanno per un istante, è inevitabile. I fortunati la recupereranno. Ci saranno persone che li prenderanno tra le braccia sotto la coperta, in una camera da letto, tenderanno loro le mani al di sotto del tavolo, e insieme a loro impareranno di nuovo ciò che hanno inevitabilmente perduto quando hanno smarrito l'infanzia."
Unica nota un pò "stonata" il finale troppo vago che lascia in sospeso alcune domande. Così, mentre fino ad alcune pagine prima la storia era stata ricca di dettagli e quindi vivida e coinvolgente, proprio negli ultimi paragrafi diventa nebulosa facendo smarrire i contorni di Anna, una delle voci narranti: pare che sia lì lì per svelarci finalmente la natura del suo tormento e invece resta tutto sospeso nei versi di una filastrocca.
Ma curiosità insoddisfatta a parte, il romanzo vale la pena di essere letto.

domenica 16 dicembre 2012

Cinquanta sfumature di grigio di E. L. James

Recensione di Cassandra


Finito! Non sono stata spesso così insofferente nei confronti di un libro, soprattutto di uno che è al top delle vendite per essere altamente pruriginoso. Non sono però un lettore che è uso saltare le pagine noiose( anche perché delle 369 pagine ne rimarrebbe ben poche) perché il mio inconscio senso del dovere tende a non permettermelo nemmeno quando si tratta di tomi di diritto canonico o estimo agrario. Ma qui si tratta d’evitare d’addormentarsi in corso d’opera, cioè sulle pagine medesime. L’aspetto della cosa che più mi ha lasciato perplessa è che le pagine incriminate di noia e banalità mortali erano le più piccanti dove la protagonista descriveva in prima persona l’intimità del suo rapporto con dovizia di particolari da documentario medico, sull’anatomia e la fisiologia d’un partner più improbabile del Barone di Munchausen e in luoghi e situazioni che definire stereotipate sarebbe parlar per eufemismi e definire arrapanti invece parlare per iperboli.
All’ennesimo improbabile coito più scontato di quello di una coppia alle nozze d’argento ho avuto l’impressione d’aver perso il segno e di stare rileggendo una pagina già percorsa. Poi mi sono convinta, analizzando le dinamiche che l’autore e/o autori abbiano ben lavorato di copia incolla.
Anche la protagonista è un peculiare tipo di donna, o ragazzina, vista l’età, tanto estranea dal mio sentire femminile che mi sono venuti un paio di dubbi tipo che o io sono del genere sbagliato o lo è lei. M’ha colto ad un certo punto il sospetto che chi scrive, delle donne, dei loro pensieri o anche della loro sensibilità erotica o solo conservativa della specie, poco conosca se non i soliti chichè che i maschi favoleggiano ai quattro venti per compiacere il loro ego. Di sicuro però un prodotto, ben confezionato certo ma freddo come una minestra di pensione e composto ad hoc a tavolino da un manipolo di esperti di marketing e comunicazione per accontentare palati facili che non hanno mai avuto accesso nella vita ai classici dell’erotismo.  Sarò selettiva o spocchiosa ma nemmeno le scene più spinte m’hanno minimamente rizzato un pelo mentre mi sono riacchiappata un attimo dal pisolare ai pochi tentativi di approfondimento della psiche dei personaggi tentando pure un consciamente d’incoraggiarli lungo questo impervio e mal praticato percorso con un caloroso “dai che ce la puoi fare”. Ma forse era un libro di sottile humor inglese e non me ne sono accorta.

martedì 9 ottobre 2012

Bartleby lo scrivano di Herman Melville

Recensione di Franco

Bartleby lo scrivano è forse lo scritto più famoso di Herman Melville dopo quel Mody Dick da tempo entrato nei libri di scuola di tutto il mondo.
Un racconto di per sé piuttosto breve che però è diventato uno dei più discussi in assoluto della letteratura americana.
In questa edizione Feltrinelli la cosa che più mi ha colpito è stata la vastità delle interpretazioni che sono state date del racconto.
Si tratta di ben 88 piccole note riportate nel finale del libro e che a mio personalissimo parere non fanno che dimostrare due cose ben distinte:
la prima è che ciascuno può avere visioni, giudizi e chiavi di lettura diverse a seconda della propria esperienza e della propria capacità di immedesimarsi;
la seconda è che spesso i cosiddetti critici non sanno ciò che dicono.
Nelle decine e decine di commenti riassunti nel libro, le vicende che vedono protagonista il signor Bartleby e l’avvocato per lungo tempo suo datore di lavoro, hanno interpretazioni estremamente diversificate e lontano da qualsiasi logica comune.
Si passa perciò dal semplice significato autobiografico, con Bartleby che rappresenta Melville stesso alle prese con le proprie difficoltà di scrittura, al richiamo di quel filone di letteratura malinconica e senza via di scampo tipico di Cervantes, per arrivare a molti che vedono in questo racconto una chiara raffigurazione di Cristo nella figura di Bartleby, senza poi trascurare elementi tipici della lotta di classe tra lavoratore dipendente e datore di lavoro.
Assurdo tutto ciò?
Potrebbe anche essere, ciascuno si faccia la propria idea.
La mia è che molti di questi cosiddetti esperti vogliano forzatamente vedere cose anche quando non ci sono, come se ogni singola parola scritta in un libro fosse il risultato di profonde elaborazioni e ragionamenti originali.
A volte ciò può essere vero, ma spesso la realtà è molto più semplice.
Scivolando momentaneamente nel mondo del cinema, ecco un esempio di quanto dico:
qualche anno fa al termine della proiezione del film Vesna va veloce di Carlo Mazzacurati, il critico cinematografico responsabile della serata introdusse il regista per il dibattito del dopo-proiezione, elogiando le sue decisioni sempre azzeccate ed originali, la sua fantasia ed il suo ruolo sempre più importante nell’ambito della rinascita del cinema italiano, facendo notare al pubblico, come esempio di quanto appena affermato, che nella la scena in cui il protagonista entra in un centro sociale giovanile, era stata messa una particolare canzone di un gruppo africano.
La scelta precisa di quella canzone aveva più motivazioni: l’atmosfera di lotta al potere ritenuto criminale, la crescita della cultura di un continente, quello africano, che cercava di farsi largo in un mondo ultra-competitivo che mai più si ferma ad aspettare i più deboli, la rabbia giovanile nei confronti di una società che i giovani li mette ai margini, ecc. ecc.
Il buon Mazzacurati, chiamato a rispondere di quella scelta secondo il critico tanto pensata e tanto analizzata, disse non senza imbarazzo nei suoi confronti, che non sempre ogni cosa viene scritta dopo un lungo pensare, ma spesso una scelta avviene in maniera casuale e del tutto naturale, per motivi molto semplici, quasi banali.
Nel caso di quella scena, Mazzacurati raccontò che prima di quel film lui non era mai entrato in un centro sociale giovanile e che quando ne visitò uno in preparazione del film, trovò una musica sconosciuta in sottofondo che a lui piacque molto.
Era un gruppo africano mai sentito nominare.
Ebbene, nel film decise di mettere la stessa musica ascoltata nella realtà per la bella atmosfera da lui captata durante quella visita.
Tutte le motivazioni politiche e sociali riportate dal critico un minuto prima, non avevano dopotutto nessun fondamento.
Tornando al nostro racconto su Bartleby, mi viene da dire che fra quella moltitudine di interpretazioni date dagli addetti ai lavori, una buona parte racchiuda in sé un qualcosa di esasperato che risente della voglia di stupire da parte del critico di turno.
Una specie di auto-celebrazione che si stacca dal racconto vero e proprio e che tende a vedere cose sempre più complicate e sempre più nascoste, invece che fare analisi semplici.
Per fortuna in nessuna delle interpretazioni si parla di messaggi nascosti, di esoterismo, di simboli e nessuno affianca Melville alla figura di Leonardo come possibile Gran Maestro dei tempi moderni.
Per ora almeno questo ci è stato risparmiato.

martedì 18 settembre 2012

La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé

Recensione di Nadia

Esiste un solo lettore che non desideri aprire una libreria propria?
io l'ho sempre sognato e questo libro, pur con la struttura di un romanzo, spiega in dettaglio ciò che serve, al di là della passione per le buone letture, in una libreria di successo.
L'intento dell'autrice è però anche quello di segnalare BUONI ROMANZI, di denunciare la realtà economica che sta dietro alle librerie e, prima ancora, alle case editrici.
Al Buon romanzo, si possono trovare solo libri di qualità, scelti da otto scrittori anonimi per il pubblico e per se stessi.
L'apertura e il primo successo della libreria è subito seguita da sabotaggi e articoli di pubblicità negativa. Ai proprietari (Van e Francesca), viene attribuito l'appellativo di "razzisti" per la poca possibilità di scelta che offrono ai propri clienti ma la libreira resta in piedi grazie ai nujmerosi clienti soddisfatti.
Il romanzo si presenta fin dall'inizio come un giallo. 3 su 8 elettori vengono aggreditiin modo specifico fino a indurre paura anche negli altri.
Van e Francesca si rivolgono a un commissario perchè inizi le indagini sugli aggressori.
E qui inizia la parte assurda. Perchè raccontare al poliziotto la storia d'amore tra Van e Anis, pur bella e intensa? Perchè far terminare l'indagine velocemente in modo scontato e deludente? Perchè descrivere l'apertura di librerie attorno al Buon Romanzo, sempre più grandi e lussuose fino al ridicolo per descrivere l'invidia della gente? Forse l'autrice non riusciva a trovare un filone narrativo e ha scelto il giallo.
In conclusione, ho trovato questo libro più interessante e utile semmai volessi aprire una libreria che bello.

martedì 19 giugno 2012

Le intermittenze della morte di Josè Saramago

Recensione di Carla

Non avevo mai letto nulla di Saramago fino ad oggi e devo confessare che all'inizio la sua scrittura mi ha piuttosto destabilizzata. Superate però le prime pagine, mi sono abituata a questo stile particolare, avaro di punti, prodigo di periodi lunghi ed articolati, che ignora i segni d'interpunzione del discorso diretto e - concentratami sulla narrazione - ho trovato la lettura avvincente e stimolante.
Che succederebbe se improvvisamente in una fantomatica nazione non morisse più nessuno? Quali sarebbero le conseguenze poilitiche, sociali, economiche, umane? E se poi di colpo, dopo alcuni mesi, ricominciassero a morire anche le persone la cui dipartita era stata interrotta?
Saramago immagina con ironia sferzante questa situazione che è pretesto di tantissime riflessioni. E anche di molte disgressioni, visto che spesso parte per la tangente e disquisisce su argomenti a volte seri, a volte surreali e che nulla hanno a che fare con la vicenda che sta raccontando. Notevole pure l'eleganza verbale con cui sferra stoccate coraggiose e micidiali ai politici, alla Chiesa, alla stampa, e a tanti altri.
Mi ha un po' deluso il finale del romanzo, troppo melenso e nello stile "happy end" rispetto al resto del libro, caustico e cinico quanto basta.
Ma nel complesso è un libro che regalerei e consiglierei e che mi fa venire voglia di leggere altre opere di Saramago. Concludo citando un brano del libro che ho letto e riletto.
"Voi, gli esseri umani, conoscete solo questa piccola morte quotidiana che sono io, questa che persino nei peggiori disastri è incapace di impedire che la vita continui, un giorno verrete a sapere che cos'è la Morte con la lettera maiuscola, e in quel momento, se lei, improbabilmente, ve ne desse il tempo, capireste la differenza reale che c'è fra il relativo e l'assoluto, fra il pieno e il vuoto, fra l'essere ancora e il non essere più."

domenica 6 maggio 2012

Quando Teresa si arrabbiò con Dio di Alejandro Jodorowski

Recensione di Cassandra


Ho affrontato questo libro in un momento della vita in cui come Teresa mi sono sentita arrabbiata con Dio fino a negarne l’esistenza e volevo condividere la strada che Teresa aveva percorso per giungere al mio stesso risultato. Devo ammettere che tra la miriade di storie e personaggi che si incrociano, quella di Teresa è quella a cui più sono affine. E’ un libro difficile questo, e procedendo nella lettura mi sono sentita più spesso un sacco da box che un lettore. A volte l’ho odiato profondamente per la violenza e la crudeltà delle storie spiattellate e più perché queste storie le riconoscevo vere dentro di me.  Altre volte ne sono stata annoiata fino allo sbadiglio persa tra i mille rami di alberi genealogici poco affini su cui erano appollaiate orde di antenati e personaggi surreali. Ma tutto è calcolato, tutto è parte della provocazione onirica e magica del genio di Jodorowsky e se si fatica a seguirlo, la colpa non può essere certo la sua. E’ un libro violento, spesso eccessivo nelle raccapriccianti descrizioni dei vizi umani, ma relegarlo come un esercizio di scritti fantastici è come negare la realtà del cosmo e nascondere la testa sotto la sabbia.
La realtà ci ha riservato, perpetrati anche dai migliori degli uomini, delitti ben peggiori anche se il tempo e la tendenza umana all’oblio ne hanno fatto favole e operette morali.
Lo scrittore tuttavia non è mai scontato e tratteggia i personaggi con una drammaticità squisitamente teatrale e del tutto grafica. Pare di vederceli veramente davanti e capisco come questo possa infastidire o turbare menti ipocrite che hanno speso secoli di biacca sulle proprie coscienze.
Probabilmente se non fosse un’opera così irritante, che mette di fronte ai propri personali fantasmi ed ossessioni, non mi sarebbe piaciuta tanto. E’ teatro allo stato puro, dell’assurdo con le sue storie fantastiche di circhi, ballerine tristi, lotte operaie, bontà angeliche e cattiverie sordide, calcoli e generosità. Teatro nei vestiti dei personaggi, nell’iconografia delle azioni anche le più abominevoli, nella descrizione degli amori più puri ed impossibili e nella ricostruzione nobile e favolosa di radici umili e mediocri.  Come potrebbe non piacermi dal momento che la vita stessa è un palcoscenico.

giovedì 12 aprile 2012

Il disagio della libertà di Corrado Augias

Recensione di Franco

Un vecchio detto popolare rammenta che ciascuno finisce con l’avere ciò che si merita.
In questo suo ultimo libro Il disagio della libertà, Corrado Augias non dice precisamente la stessa cosa anche se ci va molto vicino.
Il concetto che esprime con questa ricerca è sostanzialmente il fatto che noi Italiani non siamo poi così interessati alla libertà vera e propria.
Attraverso una lunga serie di esempi presi sia dalla stretta attualità sia dal passato, mette in luce quei comportamenti che hanno come scopo l’opportunismo personale oppure l’accondiscendenza verso il proprio capo o superiore che sia.
Quei casi cioè dove a volte si sfiora anche il ridicolo pur di fare contento il potente di turno.
Sembra fin troppo facile puntare il dito verso il gruppo di parlamentari che qualche mese fa, per salvare il premier Berlusconi, dichiararono di essere convinti che la famosa Ruby fosse veramente la nipote di Mubarak.
Infatti non è questo il punto, la cosa viene citata come semplice esempio di rinuncia della libertà individuale ( quanti saranno stati veramente convinti di ciò che hanno votato? ) a favore di un “bene più alto”, mettiamola così.
In realtà Augias parla della gente normale e non dei nostri governanti; parla della mentalità italiana secondo la quale dietro qualsiasi cosa ci deve essere un tornaconto personale non dichiarato.
Come si può pretendere che i posti di potere siano occupati da persone di alto valore morale se poi nel nostro piccolo siamo i primi a non rispettare le regole?
Si passa con il semaforo rosso perché tanto non arriva nessuno e quindi cosa stiamo qui ad aspettare cosa?
Si parcheggia in divieto di sosta, tanto sono solo due minuti, giusto il tempo di prendere il pane o fare colazione…e poi che sarà mai una macchina lì ferma per qualche secondo?
Ci si mette nel posto di prima classe sul treno anche se si ha il biglietto di seconda…poi se non si può stare quando arriva il controllore ci si sposta.
Non si paga il canone tv perché i programmi fanno schifo.
Si paga in nero l’artigiano o il professionista di turno perché altrimenti finisce che gli paghiamo noi le tasse e poi è una cifra che in confronto al nero che fanno certe aziende è poca cosa.
Ma cosa vuoi paragonare uno che ruba una mela con uno che ruba i miliardi? mi viene risposto quando discuto con qualcuno che si lamenta dei mali dell’Italia.
Insomma, mai una volta che qualcuno dica che non segue una qualche regola perché a lui fa comodo, almeno in piccola parte.
Un dibattito su questi argomenti non è propriamente lo scopo di questo articolo, per cui abbandoniamo le polemiche e torniamo al libro in questione.
Ne Il disagio della libertà, l’autore scrive che esistono due libertà ben distinte tra loro: la libertà degli schiavi e la libertà degli uomini.
Nel nostro Paese vige a larghissima maggioranza la libertà degli schiavi, o dei servi chi dir si voglia.
Quella libertà cioè, per la quale il padrone di turno lascia fare ai propri servi tante cose, tante ma non tutte:
lascia che si divertano con cose futili, lascia che si rovinino al gioco, lascia che litighino tra di loro, lascia che si azzuffino, lascia credere che il mondo sia quello che loro vedono tutti i giorni…
Insomma, lascia liberi i propri servi di fare tutto ciò che egli non ritiene dannoso per i propri interessi, per cui poca cultura, poco coinvolgimento nella vita politica e nelle decisioni che contano, ma una spinta profonda verso la leggerezza, perché già sono tante le cose brutte che ci circondano a allora che almeno si rida un pochettino…
Non a caso Augias ricorda come l’Italia sia uno dei pochi paesi, se non l’unico tra gli occidentali, dove non ci sia mai stata una rivoluzione.
Sommosse sì, proteste sì, scontri sì, ma rivoluzioni mai; le rivoluzioni non hanno lo scopo di protestare e fare casino, hanno lo scopo di ribaltare e rimuovere i governanti dai posti di potere.
Da noi non è mai accaduto e questo Augias lo spiega con una lunga escursione nelle tradizioni che si tramandano da secoli e che sono valide ancora oggi.
Di una parte importante di queste colpe si dovrebbe fare carico la Chiesa con il suo concetto di famiglia, poi ripreso tale e quale anche nella società civile.
La famiglia come entità chiusa da proteggere a tutti i costi e la figura della madre così portata verso la difesa di situazioni che poi possono anche rivelarsi un problema:
L’atteggiamento della madre italiana pone spesso le premesse di un’educazione molto emotiva.
Ne escono bambini in seguito uomini, piuttosto inclini a contare sulla comprensione e sul perdono per le loro mancanze.
Sostanzialmente Augias dice che la madre spende tutto il proprio tempo a proteggere i figli da tutto ciò che è oltre la porta di casa, ma così facendo contribuisce alla crescita di individui abituati ad avere qualcuno che toglie loro le castagne dal fuoco.
La frase non ho tempo per occuparmi di queste cose, ho cose più importanti da fare, è uno dei mali della nostra società.
La madre proteggendo il figliolo da tutto quello che lo circonda nella vita quotidiana, in realtà non si accorge che a causa del suo non occuparsi di politica, non influisce in nessun modo proprio sulla vita futura del figlio stesso.
In sostanza, mentre la mamma fa le carezze al figlio e litiga con i suoi professori pensando di proteggerlo dai mali del mondo, in realtà non occupandosi di politica perché ha cose più importanti da fare, non si rende conto di lasciare che siano altri a decidere del suo destino, di come sarà la sua vita una volta uscito di casa.
In altri Paesi le cose vanno diversamente, i figli escono di casa ben prima e si preparano di persona ad affrontare il mondo, da noi fa comodo rimanere con le comodità della famiglia.
In altri ambienti si matura prima.
E’ un problema di mentalità, non di denaro.
Da noi con il primo stipendio una volta ci si comprava lo stereo, oggi lo smartphone o le scarpe di marca; in tanti altri posti si utilizza quel denaro per trovarsi un appartamento e andarci a vivere magari dividendo le spese con un paio di co-inquilini: un’altra realtà.
Il nostro individualismo è una qualità male espressa, è più rivolto al personale, a se stessi che al confronto con gli altri.
E’ proprio a causa di questo modo di porsi che si assiste a discussioni sulla vita reale ( politica, economia, lavoro, ecc.. ) che sembrano quelle classiche del dopo partita di calcio.
Solo che in questi casi sembrano tutti della stessa squadra perché il coro ladri ladri alla fine è quasi unanime, salvo poi non fare nulla per cambiare le cose.
Ci si lamenta tanto e poi, da un lato si dice di avere cose più importanti da fare e quindi non si fa nulla per tentare di cambiare la situazione, dall’altro nel proprio piccolo se torna comodo non si rispettano le regole.
E’ quella doppia morale per la quale tanti trovano giustificazioni per le piccole trasgressioni quotidiane e poi si incazzano per le grandi trasgressioni degli altri.
Non che io speri in un mondo perfetto, ma perlomeno faccio notare che le due cose non vanno d’accordo:
non è detto che tutti debbano seguire le regole, le sanzioni per i trasgressori esistono proprio per quello,
ma condizione necessaria per potersi lamentare del comportamento degli altri, dovrebbe essere il rispetto delle regole in prima persona.
Quindi, primo: si può fare ciò che si vuole se si è pronti ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni, secondo: se ci si vuole lamentare bisogna essere tra quelli che rispettano TUTTE le regole, non solo alcune.
Ecco allora che nelle pagine di questo libro e per tutta la storia in esso raccontata, l’invito verso gli Italiani ad esprimersi, ad agire, a dimostrare un po’ di carattere, a reclamare i propri diritti, anche a contestare i propri governanti se occorre, qualunque sia il livello di governo in questione, locale o centrale… insomma: a darsi una svegliata, partecipare alla vita sociale e politica e smetterla di essere allo stesso tempo lamentosi ed opportunisti, questo invito diventa sempre meno un invito e sempre più un ultimatum.
Un libro che si presta a letture condivise per avere poi tanti momenti di discussione perché affronta il problema di fondo da un punto di vista particolare.
Se letto in maniera superficiale fa solamente venire una grande rabbia.
Se invece ci si trova a dibatterne, allora i casi possono essere due:
o si fa una bella analisi e si riesce ad entrare nell’ottica necessaria per stralciarne le varie parti per poi affrontarle una ad una,
oppure non si coglie né lo spirito giusto, né le opportunità di discussione che potrebbe portare e allora ci si arrabbia ancor di più.

venerdì 9 marzo 2012

Il cammino di Marcella di Anna Rastello

Recensione di Carla

Il cammino di Marcella racconta un viaggio. Lento, perchè percorso a piedi. Significativo, perchè è la realizzazione di un voto fatto anni fa. Sociale, perchè è diventato un modo tutto particolare di indagare sulla quotidianità dei disabili in Italia e in Francia.
Tutto ha avuto inizio nella notte tra il 12 e il 13 aprile 1997, quando in seguito ad un incidente stradale Marcella, bambina di 8 anni, fu sbalzata dall’auto su cui viaggiava e cadde dal viadotto Piani, lungo l’autostrada A26, alto circa 28 metri. A causa del buio e della vegetazione i soccorritori non riuscivano a trovarla. Così la mamma della bambina, Anna Rastello, disperata, fece una promessa: se sua figlia fosse stata ritrovata viva, sarebbe andata a piedi a Lourdes. Marcella venne ritrovata, curata, e per lei e la sua famiglia iniziò il difficile percorso dell’accettazione della disabilità ma anche la comprensione di una realtà che fino ad allora non avevano avuto modo di conoscere bene.
E' passato il tempo e per Anna è venuto il momento di compiere il suo voto. Così l’8 marzo 2011 è partita da Sarzana e, dopo avere percorso quasi 1600 km a piedi, ha concluso il suo viaggio l'8 maggio al Col du Somport. Tra le tappe Rossiglione, luogo dell’incidente, e Lourdes.
La scelta di percorrere il tragitto a piedi non è stata dettata solamente dalla volontà di rispettare appieno il voto, ma anche per simboleggiare il cammino percorso dalla famiglia, e poi dalla società, per accettare la disabilità di ciascuno senza creare ulteriori barriere (mentali, psicologiche, fisiche e architettoniche) che accrescono ancora di più le difficoltà di un
disabile. E mentre Anna cammina, accompagnata di tappa in tappa da amici e sostenitori, dando "gambe a chi non ha gambe e voce a chi non ha voce", raccoglie informazioni nei comuni che tocca relativamente ad attività, strutture, e tutto quello che può servire a rendere un po' più agevole la quotidianità dei disabili.
Ma questo libro non è un tradizionale diario di viaggio, benchè racconti le tappe percorse. Perchè Anna condivide soprattutto le riflessioni, i pensieri, la fatica, e le belle e spesso inaspettate esperienze raccolte durante il percorso. Così il lettore, più che nello zaino e nelle scarpe di Anna, si trova nella sua mente e nel suo cuore.

martedì 10 gennaio 2012

Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilinna

Recensione di Cassandra


Che i finlandesi avessero un peculiare senso dell’umorismo avevo avuto modo di rendermene conto quando, anni fa, a un’esposizione canina di levrieri ho incontrato una splendida coppia di giudici giganti che allevano l’unica razza di levrieri, gli irish wolfhound, che potesse contendere ad Alani e Molossi il primato del sovradimensionamento, sempre per lo stesso principio universale e non scritto che il cane e il padrone in qualche modo si assomigliano. Da questo popolo, in ogni modo tutto ci si aspetta tranne che sappiano ridere così sottilmente e cinicamente dei propri difetti e delle proprie paranoie.
La tendenza al suicidio, il carattere melanconico e ossessivamente pignolo, la paura del buio e della solitudine, tutto viene esposto con ironia alla Wodehouse in una prosa leggera e onirica, dove i tratti fisici e psicologici dei personaggi richiamano archetipi ancestrali silenti nei più profondi “io” di noi tutti. Ognuno dei personaggi porta una caratteristica in cui ci riconosciamo e se ogni libro che viene scritto in qualche modo rappresenta un viaggio, questo lo fa al quadrato.
L’avventura degli aspiranti suicidi che, riuniti nella Libera Associazione Morituri Anonimi, attraversa tutta l’Europa in pullman come se questa fosse l’animo umano collettivo alla ricerca della morte migliore e in compagnia, sviluppa, matura e trova compimento nel viaggio stesso e in fondo rende accettabile anche il grande salto nel vuoto che è la morte stessa. Un libro estremamente piacevole da leggere, scritto bene che mesmerizza il lettore meno superficiale con l’organizzata pacatezza nordica e l’aplomb nel descrivere sentimenti estremi come paura, amore, solitudini e scala di valori. Certo tutti questi sentimenti bisognerebbe che un lettore che ama definirsi tale poi fosse in grado di coglierli. Altrimenti ci sono sempre le guide del Touring.