mercoledì 4 marzo 2015

Siamo tornati!!!!

Cari amici, dopo un lungo periodo di "congelamento" del blog a causa di problemi tecnici del gruppo, ora riprende l'attività con recensioni e notizie sui libri, la nostra passione!!!!
Seguiteci, ne leggerete delle belle!

giovedì 27 giugno 2013

Due di Andrea Biondi

Recensione di Cassandra


La narrazione storica che a poco a poco si dipana di un episodio, la tragica fine di Italo Balbo, forse uno dei primi misteri italiani mai svelati ma che nel cuore di ognuno rimangono grevi di sospetti, apre il primo capitolo del libro. Il corsivo ci ricorda che è una storia antica e così come ci viene narrata forse noi non la conosciamo. Poi cambia il tratto e si passa al quotidiano ma la struttura rimane particolare e accattivante che già il titolo ce lo anticipa. Due.  Come i punti di vista dei protagonisti che si intrecciano e ci danno la loro personale prospettiva, anche per loro diversità di genere, dello svolgersi degli eventi e della percezione delle cose mondane.
E la trama si infittisce presa per mano da una verve leggera e da una bella caratterizzazione dei personaggi che hanno l’unica pecca di ricalcare a volte rodati cliché televisivi.
Un peccato, perché in certi punti il loro dialogare ironico e l’incalzare della trama mi ricorda le pagine di Chandler e da respiro a un giallo che rischia di scivolare nel classico seriale televisivo da “Cold Cases”.  Ottima la capacità dello scrittore d’incalzare e condurre le due vicende, quella storica in corsivo e la contemporanea bi-prospettica, e farle sembrare parallele fin quasi alla fine del libro quando la narrazione passa da storica a splatter nel giro d’un respiro trattenuto. Si perde il senso del cliché e ci si ritrova come nei vecchi gialli a fare il tifo per l’eroe, e qui c’è scelta che ne abbiamo due, fieri di aver quasi da soli scoperto dove e come la trama storica e quella contemporanea si uniscono in un unico pulsante incalzare di eventi.
Un giallo storico “bollito duro” alla romagnola.

mercoledì 29 maggio 2013

Datemi un vestito di Roberta Giacometti

Recensione di Carla

"Con poche frasi vi ho cucito addosso il più bel vestito che potessi permettermi. Per voi sono entrata nel migliore dei sogni, quello più geniale, il sogno di coniugare un breve racconto privato con la sconfinata geografia umana".
Sono una boccata d'aria i racconti che compongono Datemi un vestito, antologia che raccoglie brevi storie scritte da Roberta Giacometti nel corso di vari anni. Anni in cui non c'era ancora il cellulare o l'iPad e la nostra misura economica erano le lire. Da qui il sottotitolo Racconti vintage.
Brevi pennellate di vita, ritratti abbozzati di persone comuni che hanno l'intensità del vissuto reale, che raccontano con ironia la realtà quotidiana fatta di aneddoti semplici ma che - come la saggezza popolare - insegnano molto.
Suscitano un sorriso per lo più, o una risatina amara, o imbarazzata. Ma poi, pensandoci un po' su, scavando fra le righe, si legge anche molto altro in queste storie di quotidiana umanità. Si legge di coloro per cui la vita è una fatica o una sfida, di chi si lascia vincere e di chi invece non si arrende, di chi come unica arma ha la leggerezza e chi si armerebbe ogni giorno contro il mondo intero.
Una scrittura diretta, asciutta e senza fronzoli: storie ironiche, tristi, buffe, amare, e anche sensuali, intime, licenziose. Perchè la vita è fatta di tutto questo.
E Roberta Giacometti, con leggerezza e semplicità, ce lo ricorda.

martedì 9 aprile 2013

Prigionieri del paradiso di Arto Paasilinna

Recensione di Franco

"Sono un individuo di una banalità disarmante e la cosa spesso mi irrita".
"Il mare mi sbatteva contro il fianco della carcassa con una forza tale che le mie costole ritennero opportuno spezzarsi".
Solo un paio di frasi: la presentazione che il protagonista fa di se stesso e una piccola situazione seppur estrema.
Solo un paio di frasi che rendono immediatamente l’idea della scrittura di Arto Paasilinna.
Lo scrittore finnico che ha creato questo stile ironico e tragico allo stesso tempo.
Avvenimenti drammatici e situazioni grottesche.
Paasilinna non parla quasi di cose al di fuori del normale.
E’ vero che in questo caso la vicenda è un po’ più estrema rispetto al suo solito, ma comunque sia, la parte del protagonista dei suoi racconti non la fanno mai le storie, ma il suo modo di raccontare.
Presi nudi e crudi, gli avvenimenti possono anche essere roba di poco conto, vedi L’anno della lepre, ma raccontati da questo autore ecco che prendono una forma per la quale diventano divertenti da leggere e con molte riflessioni da fare.
Disastri, morti, catastrofi e suicidi (prerogativa questa di altre sue opere) fanno da sfondo ad un’atmosfera divertente e surreale che pare impossibile possa sostenersi con argomenti del genere.
In questo caso una vicenda alla Lost porta una cinquantina di persona in un luogo sperduto nella profonda Indonesia dove, tanto per non farsi mancare nulla, imperversa pure una sanguinosa guerra civile.
Il clima di tensione che normalmente dovrebbe sovrastare una realtà del genere, qui appare inesistente; viceversa le cose si succedono una dopo l’altra come fossero racchiuse in una cupola che tiene fuori le vere sofferenze.
L’alcool sempre così presente nelle storie di Paasilinna avrà un ruolo importante in questo? Non saprei.
In ogni caso questo Prigionieri del paradiso non è a mio parere tra i suoi lavori maggiormente da ricordare: il mio preferito era e rimane Il mugnaio urlante.

venerdì 1 marzo 2013

Vita di Pi di Yann Martel

Recensione di Carla

Ho iniziato a leggere Vita di Pi dopo avere visto il bel film di Ang Lee uscito nelle sale italiane a Natale. Film che mi è piaciuto ma ha lasciato perplessa riguardo alcuni aspetti della vicenda particolarmente enfatizzati come l'insolito politeismo del protagonista e il taglio molto spirituale dato alla storia. Volevo capire se anche l'autore del romanzo li aveva enfatizzati allo stesso modo. E se la storia raccontata nel romanzo era resa fedelmente sullo schermo. Ebbene il film ripropone in modo quasi puntuale la vicenda di Piscine Molitor Patel, detto Pi Patel, che in seguito al naufragio del mercantile in cui era imbarcato coi genitori, il fratello e buona parte degli animali dello zoo di famiglia, si ritrova naufrago su una scialuppa con la sola compagnia di una tigre del Bengala che si chiama Richard Parker. Qualche volo poetico lo sceneggiatore se l'è concesso - come la storia d'amore di Pi con la ragazza che deve lasciare in India per trasferirsi in Canada con la famiglia - e ha anche omesso alcuni episodi piuttosto crudi della storia, o dettagli che avrebbero allungato troppo la pellicola.
Il romanzo (come il film) non è una favoletta leggera: l'autore descrive molto realisticamente e nei dettagli atti di violenza tra animali, sbranamenti, ed altre crudezze, compreso il degrado alimentare di un naufrago affamato. Sconsiglio perciò la lettura a persone facilmente impressionabili, schizzinose oppure agli animalisti.
Allo stesso tempo ho trovato molto interessanti le disgressioni "zoologiche" di Martel, e divertente l'approccio spesso ironico di Pi anche nei momenti più difficili del naufragio.
La filosofia che anima il protagonista è originale (crede contemporaneamente in Dio, Allah e Javè), e il messaggio che l'autore dà, raccontando la tenacia estrema del ragazzo che in nome dell'amore per la vita resiste nonostante tutto a più di 200 giorni di naufragio, è di certo incoraggiante. Anche il finale aperto (o che dà l'illusione di essere tale) rispetta lo spirito alternativo e controccorrente di Pi, la sua costante ricerca della verità e una visione estremamente spirituale della vita.

venerdì 15 febbraio 2013

Bianco di Marco Missiroli

Recensione di Franco

“Bianco è un romanzo sulla redenzione, quindi sul riscatto. Sul riscatto morale prima di tutto, sociale, ma soprattutto un riscatto umano. Un romanzo sul razzismo negato, quello dei perbenisti, quello di tutti i giorni, quello più odiato di tutti.”
In questo modo l’autore Marco Missiroli descrive Bianco nel corso dell’intervista televisiva di una emittente locale riminese.
Un romanzo sulla redenzione, ma soprattutto un romanzo d’accusa. Un’accusa pesante che arriva da tutte le parti senza che ci si possa difendere, né trovare riparo.
Un romanzo che lascia ben più dell’amaro in bocca per una vicenda raccontata, legata ad un passato lontano dal nostro mondo.
Siamo nel profondo sud degli Stati Uniti nella prima epoca post-schiavismo e quel razzismo una volta vissuto alla luce del sole, vive ormai nel dietro le quinte, nei salotti con le finestre chiuse e le tende abbassate, nei discorsi fatti sottovoce o negli ambienti chiusi, negli sguardi di traverso e nelle frasi a doppio senso, però vive.
In maniera più subdola di prima, quando era alla luce del sole e si basava su convinzioni portate avanti e sostenute nella pubblica piazza; in quel momento da un certo punto di vista era molto più semplice contrastarlo contrapponendo idee più civili, leggi più moderne e predicando principi fondamentali come uguaglianza e parità di diritti e doveri.
Quei tempi sono passati e la società si è rinnovata, è diventata più moderna, più aperta.
Non per tutti però, non lo è mai per tutti.
Gli eredi del Ku Klux Klan sono ancora vivi e tra vecchi e giovani cercano di portare avanti la loro lotta per la giustizia divina.
E’ il volere di Dio, secondo loro e secondo alcuni fondamentalisti religiosi che si fregiano della Croce e che nostra Santa Chiesa dimentica sempre più spesso di ricordare e richiamare all’ordine assieme a tanti altri fenomeni oscuri.
Un volere che questi eredi, incappucciati come i loro padri, portano avanti in una guerra di razza che trova molti adepti e pochi coraggiosi che si oppongono rischiando la pelle.
La redenzione invocata dal Missiroli sembra una parola grossa rispetto a quanto si legge nel suo romanzo; certo è che ciascuno trova la propria chiave di lettura e dunque ogni appassionato divoratore di libri vede la propria opinione prendere forma pagina dopo pagina, fino ad arrivare ad una recensione completa che è sempre personale.
Nel mio caso questo libro ha suscitato un profondo senso di malessere generale per tutte le corrispondenze che è possibile trovare nella vita di tutti i giorni ancora oggi.
Mi riferisco al poco rispetto degli altri che esiste in troppe persone; quella forma di perbenismo falso che è utile quando si può avere un piccolo vantaggio e che si dimentica con facilità quando invece viene il momento di rispondere di qualcosa.
Quel modo di pensare per cui è possibile lasciare da parte la piccola mancanza personale perché è trascurabile, quasi un niente rispetto a quelle di altri.
Ne deriva uno scarso senso di responsabilità per le proprie azioni che trovano spesso una giustificazione, se non un alibi, come il caso del volere di Dio per gli appartenenti al KKK protagonisti del romanzo.
Il vecchio Moses può sembrare l’uomo della redenzione, come lo definisce l’autore, oppure l’individuo mosso dal senso di colpa nei confronti di se stesso e soprattutto della moglie defunta.
Le sue azioni possono creare rabbia o passare come quelle dell’eroe di turno.
Il finale può essere considerato a lieto fine oppure lasciare ancora più indignati di prima.
Se un buon libro è quello che lascia forti emozioni dietro di sé, allora il mio giudizio è molto alto.

mercoledì 23 gennaio 2013

Padania Blues di Angelo Ricci

Recensione di Cassandra


Piccoli dettagli irrisolti o del tutto soluzionati e le nebbie della pianura sono quelle di ogni luogo nel mondo.
Cattiverie inattese che scoprono il nervo di un’umanità falsamente ecumenica e mite.
Bontà paradossali e non te le aspetteresti mai, chiuso nei confini provinciali dei tuoi archetipi padani.
Schegge che si piantano sotto le unghie mentre cerchi di calmare la tua crosta dalla noia d’una puntura e ti risalgono al cuore lungo le vene.
Acidi irrefrenabili che rivolano in succhi già compressi da un diligente e rassegnato Super-io; irritanti come lo è la verità svelata e inconfutabile a una ragione che suona di moneta.
Ossimori fastidiosi che mitigano in dolci consuetudini. Negli argini di campi di riso, fuori dal tempo e dallo spazio ma dentro ad ogni luogo del ricordo in un “ovunque” atteso e un consueto “fuori-che-qui”.
Logici, come di rado il genere umano.
Belli.
Racconti

“....E il tempo diventa della fredda disillusione dei figli. Amore infinito ma costretto dal misurarsi pieno con chi da noi, non è più di noi. E ci detesta.....”